Selvaggi di carta: la messa in scena del “primitivo” nelle Americhe di “Le Tour du Monde”
Sfogliare le annate di “Le Tour du Monde” conservate nel Fondo Marengo di APICE significa entrare in un dispositivo visivo ottocentesco ancora sorprendentemente efficace. La carta spessa, le incisioni fitte di dettagli, l’alternanza di testo e immagine costruiscono un racconto del mondo che è al tempo stesso documentario e spettacolare. Fondata da Édouard Charton nel 1860, la rivista si proponeva di educare il pubblico europeo alla geografia globale; eppure, proprio questa ambizione conoscitiva si intreccia fin da subito con una costruzione culturale della diversità. Le popolazioni indigene delle Americhe non sono semplicemente descritte: sono organizzate visivamente e narrativamente in forme riconoscibili per il lettore europeo, diventando figure del “primitivo”.
Lo sguardo coloniale dell’Ottocento
Questa ambivalenza emerge con chiarezza se si considera la distanza tra lo sguardo ottocentesco e quello dell’antropologia contemporanea. Nel XIX secolo, l’osservazione delle culture altre è spesso guidata da una logica classificatoria ed evoluzionista, che tende a collocare le società indigene in una scala gerarchica implicita. L’antropologia moderna, al contrario, mette in discussione queste categorie, riconoscendo la pluralità dei sistemi culturali e il ruolo attivo dell’osservatore nella costruzione del sapere. Letto oggi, “Le Tour du Monde” appare quindi non solo come una fonte documentaria, ma come un laboratorio in cui si forma uno sguardo europeo ancora profondamente segnato da premesse coloniali.
Le immagini dell’esotico nella stampa illustrata
Pubblicata da Hachette e destinata a un vasto pubblico borghese, la rivista funzionava come una vera e propria fabbrica dell’immaginario. I resoconti di viaggio venivano tradotti in immagini xilografiche da illustratori come Édouard Riou e Alphonse de Neuville, che spesso lavoravano a partire da schizzi o racconti altrui. Il risultato non era una riproduzione neutra della realtà, ma una mediazione visiva capace di rendere l’altrove comprensibile e coinvolgente. In questo processo, la diversità veniva filtrata e resa leggibile secondo codici culturali europei.
Gli Shipibo-Conibo e i Chontaquiros illustrati da Riou
Un primo esempio significativo emerge dai resoconti di Paul Marcoy, pubblicati nel 1864 e dedicati alla traversata dall’Oceano Pacifico all’Atlantico. Il viaggio è costruito come una sequenza di episodi, in cui l’incontro con le popolazioni indigene oscilla tra tensione e fascinazione. Gli Shipibo-Conibo, ad esempio, vengono inizialmente percepiti come minacciosi, ma progressivamente “addomesticati” attraverso la descrizione delle loro pratiche culturali. Il dettaglio della deformazione cranica volontaria colpisce in modo particolare: per il lettore europeo, esso mette in crisi l’idea stessa di normalità corporea, trasformando il corpo indigeno in un segno evidente di diversità.
Diversa, ma complementare, è la rappresentazione degli Chontaquiros nelle illustrazioni di Riou. Qui l’indigeno non è più un individuo inserito in una narrazione, ma una tipologia. Le figure appaiono statiche, quasi prive di identità personale: nudità, armi e ornamenti vengono selezionati per costruire un’immagine sintetica del “selvaggio”. L’effetto è quello di una classificazione visiva che avvicina queste figure più a elementi del paesaggio esotico che a soggetti dotati di intelletto. La diversità viene così fissata in una forma riconoscibile e riproducibile.
Il corpo come spettacolo: i Mandan di Catlin
Qualche anno dopo, nelle annate del 1869, i resoconti di George Catlin offrono un’immagine diversa ma altrettanto costruita delle popolazioni indigene nordamericane. La descrizione della cerimonia O-kee-pa dei Mandan insiste su elementi che colpiscono profondamente la sensibilità europea: il digiuno, la sospensione dei corpi tramite ganci, la resistenza al dolore. Nelle illustrazioni di Neuville, questi aspetti vengono ulteriormente amplificati attraverso una composizione drammatica, caratterizzata da tensione fisica e intensità emotiva.
Il rituale religioso si trasforma così in una scena quasi teatrale, se non addirittura bellica, coerente con la formazione dell’artista. Il Mandan appare come una figura insieme eroica e inquietante: capace di resistere a prove estreme, ma anche inscritta in un immaginario di crudeltà ed eccesso che ne sottolinea la distanza dalla civiltà europea. Ancora una volta, la rappresentazione oscilla tra ammirazione e alterizzazione.
L’ambivalenza dello sguardo europeo sul “primitivo”
Nel loro insieme, queste immagini rivelano una tensione costante tra ambizione scientifica e spettacolarizzazione. Da un lato, esiste un tentativo reale di documentare culture percepite come in via di scomparsa; dall’altro, il dispositivo editoriale della rivista trasforma queste stesse culture in oggetti di consumo visivo. Le illustrazioni funzionano sia come prova del viaggio sia come palcoscenico su cui il “primitivo” viene messo in scena: corpi enfatizzati, rituali estremi, ambienti carichi di significato simbolico.
In questo senso, “Le Tour du Monde” contribuisce alla formazione di quell’immaginario che sarà poi definito come Primitivismo. Il “primitivo” non è una realtà oggettiva, ma una categoria culturale attraverso cui l’Europa definisce sé stessa per contrasto. Le popolazioni indigene diventano così uno specchio necessario per confermare la propria identità di civiltà moderna, razionale e dominante.
Conservare per comprendere: il valore critico delle immagini
Ritornare oggi a queste immagini, attraverso i volumi conservati nel Fondo Marengo, significa confrontarsi con un archivio che è al tempo stesso storico e critico. Le incisioni di “Le Tour du Monde” non parlano soltanto delle società che pretendono di rappresentare, ma rivelano le logiche di uno sguardo europeo profondamente segnato dal contesto coloniale. La loro conservazione permette oggi non tanto di recuperare una verità etnografica, quanto di comprendere e decostruire i meccanismi culturali che hanno contribuito a costruire l’idea stessa di “primitivo”.
Sara Monticone – studentessa, LIMEC SSML




