27 luglio 2026

Gustave Doré e la costruzione dell’immaginario spagnolo nel “Tour du Monde”

Sfogliare le annate tra il 1862 e il 1872 di “Le Tour du Monde” significa immergersi in un decennio cruciale della storia editoriale europea. È proprio dalla consultazione diretta della celebre rivista, edita da Hachette e diretta da Édouard Charton, che prende vita questo articolo dedicato alla costruzione dell’immaginario spagnolo. Custodito nel Fondo Marengo di APICE, il corpus documentario rivela pagina dopo pagina la sua vera natura, dimostrando di non essere una semplice raccolta di resoconti di viaggio, ma il divenire di un’opera monumentale.

Quando, nel 1862, il barone Charles Davillier e Gustave Doré iniziano a pubblicare i loro resoconti sulla Spagna su “Le Tour du Monde”, non stanno solo descrivendo un Paese: stanno codificando, attraverso il segno grafico e la parola, un’intera nazione per il pubblico borghese dell’epoca.

Per APICE, questo materiale — inserito nel più ampio contesto delle acquisizioni del Fondo Marengo — è una testimonianza fondamentale di come la comunicazione editoriale ottocentesca operasse per frammenti, fascicoli e semestri, costruendo un’opera d’arte totale attraverso la serialità.

 

La mappa del viaggio: cronologia di una riscoperta

Il percorso tracciato dal barone Davillier e magistralmente interpretato dal segno grafico di Doré segue una rotta che si espande come una macchia d’inchiostro sulla penisola iberica. La consultazione dei volumi della rivista rivela una mappatura precisa, qui riassunta per una migliore comprensione filologica:

  • 1862 (2° sem., pp. 289-352): L’esordio. Perpiñán, Barcellona e l’impatto con la corrida a Valencia. Il contrasto tra l’Europa industriale e la vitalità sanguigna della tauromachia.
  • 1863 (2° sem., pp. 353-368): L’incursione nel sud-est, il viaggio da Valencia ad Alcoy, dove il paesaggio si fa aspro e la sociologia del viaggiatore si intreccia con l’etnografia.
  • 1864 (2° sem., pp. 17-32 & 353-416): Il doppio movimento verso Huelva e Granada, un punto di svolta dove il mito moresco inizia a dominare l’estetica di Doré.
  • 1865 (2° sem., pp. 353-432): Il ritorno a Granada. Qui l’immagine si fa densa, quasi barocca, riflettendo lo sguardo di chi non è più un turista, ma un cronista dell’identità andalusa.
  • 1866 (2° sem., pp. 353-424): Siviglia. La città diviene il fulcro visivo del reportage.
  • 1867 (2° sem., pp. 305-368): Un ritorno a Siviglia che riprende e amplia l’edizione precedente, segnando una stratificazione dei testi che è pane quotidiano per ogni archivista.
  • 1868 (2° sem., pp. 289-305): La Mancha. Il paesaggio si svuota, diventa metafisico, richiamando la letteratura di Cervantes che tanto ossessionava Doré — un legame consolidato anche dal fatto che nel 1863 Hachette aveva già pubblicato il Don Chisciotte, illustrato proprio dall’artista francese.
  • 1870-1871 (2° sem., pp. 177-208): Madrid, il centro del potere, trattato con un realismo che scava nelle contraddizioni della capitale spagnola.
  • 1872 (2° sem., pp. 337-416): Le ultime tappe: Tormes, Palencia, Galizia, Burgos, Aragona, Saragozza, León e Valladolid. È l’epopea finale di un viaggio durato dieci anni.

Illustrazione di Doré per l’edizione Hachette di “Don Chisciotte”

Il segno di Doré: tra documento e visione

Cosa rende questo materiale oggetto di interesse per APICE? Non è solo il contenuto informativo, ma anche il processo di produzione. Doré non si limita a illustrare: crea una grammatica dell’esotismo domestico. Le sue incisioni, che nel 1874 confluiranno nell’edizione Hachette in volume col titolo definitivo L’Espagne, sono il risultato di una lavorazione che riflette la precisione dell’artista e, al contempo, i ritmi di lavorazione serrati del periodico.

Ogni tavola è una pagina di diario. Si osservi, ad esempio, il volume del 1862: il modo in cui il tratto di Doré ritrae la folla di Barcellona non è dissimile dal modo in cui descrive la tensione fisica dell’arena di Valencia. Il suo segno grafico è un’estensione del braccio del barone Davillier, ma spesso se ne distacca per cercare il sublime, la rovinosa bellezza di una Spagna che, agli occhi del viaggiatore francese, doveva apparire come una terra sospesa tra Medioevo e Modernità.

L’archivio come viaggio

Per chi si occupa di conservazione, il “Voyage en Espagne” rappresenta una sfida metodologica. La natura frammentata delle pubblicazioni semestrali di “Le Tour du Monde” ci impone di leggere l’opera non come un libro finito, ma come una serie di istanti editoriali.

Preservare queste pagine significa mantenere viva non solo l’estetica doriana, ma la memoria di un modo di viaggiare — lento, osservativo, enciclopedico — che oggi, nell’era del digitale, appare come un reperto archeologico della sensibilità umana. Il Fondo Marengo, nella sua complessa articolazione, ci ricorda che l’identità dei popoli non si scopre in un unico volume, ma si costruisce, mese dopo mese, pagina dopo pagina, nell’incessante dialogo tra l’immagine che disegniamo e la realtà che, testarda e mutevole, ci sta di fronte.

 

Roberto Casali – studente, LIMEC SSML